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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Nota introduttiva e commento a cura di Bruno Belli.

 NOTA DOVEROSA.Dopo avere proposto la lettura de “Il canto degli Italiani” di Mameli, su invito di Alessio Nicoletti, fondatore di “Movimento Libero”, proseguiamo un percorso di lettura storica attraverso documenti di vario tipo i quali appartengono al Risorgimento, in vista della ricorrenza, l’anno prossimo, del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, proponendoci come fine l’inquadrare nuovamente il passato nella sua dimensione originaria, senza partigianerie d’alcun tipo. E’ sempre pericoloso, infatti, l’appropriarsi indebitamente di pensiero, scritti, opere d’arte di uomini illustri per “leggerli” attraverso la lente deformante di chi voglia inserire nella propria visione culturale (e, di rimando, sociale) anche quanto, da un punto di vista serenamente storico, non gli appartenga. Pertanto, al fine di evitare che si facciano affermare agli uomini frasi che ebbero un senso diverso, quando furono pronunciate, si riportino episodi mancanti di quanto non faccia piacere – o non sia utile – riportare, mi impegnerò, come sempre ho fatto in questi anni, a fornire semplicemente l’aspetto storico e l’interpretazione pertinente. Come? In modo molto semplice: tornando ad inserire nel proprio ambiente ogni fatto, ogni detto, ogni testo, ogni azione, rammentando che nessun uomo può essere “letto” od “interpretato” avulso dal contesto storico in cui si trovi a vivere. Non un’interpretazione forzata, pertanto, quella che proporremo, ma secondo le fonti più accreditate, ponendo a confronto le stesse, quel confronto culturalmente serio e professionale che, in campo politico, si è perso negli ultimi anni e che è ancora di là da venire.  

Povero Verdi! La pagina più a lungo massacrata, mal interpretata, letta in chiave deformante è proprio il suo coro più celebre, il “Va pensiero”, posto nella terza parte di “Nabucodonosor”, così la lezione del libretto a stampa, secondo l’autore del testo, Temistocle Solera, e della partitura autografa. Il nome “Nabucco”, con cui l’opera passa alla storia, è successivo alla prima rappresentazione (per la ripresa del 1844 a Corfù) ed appare, con il consenso di Verdi, sulla partitura edita da Ricordi.

Opera che, in sostanza, non si proponeva alcun fine “politico”, dimensione di cui si appropriarono invece, in seguito, quasi tutti i gruppi che cercarono di allontanare dall’Italia le dominazioni straniere, sebbene alcuni passaggi di questo lavoro, in effetti, si prestino a somiglianze con la situazione coeva del Lombardo Veneto. L’opera, infatti, debuttò il 9 marzo 1842 alla Scala: da subito, nella figura del popolo ebreo deportato da Gerusalemme a Babilonia, tra il 597 ed il 591 a.C. durante il regno di Nabucodonosor II, i Lombardi videro essi stessi afflitti dalla dominazione Austriaca. Questo fu il motivo scatenante e decisivo dell’uso di “Va’ pensiero” quale inno di libertà che ogni popolo oppresso possa cantare.

Dal punto di vista dell’Israele biblico, che è quello cui il dramma storico di Auguste Anicet-Burgeois e Francis Cornu del 1836 si rifà e dal quale trasse ispirazione, per i suoi quattro atti, il Solera, gli eventi associati al regno di Nabucosonosor II che ebbero gli effetti più duraturi sul popolo israelita, furono la distruzione della Giudea, la conquista di Gerusalemme, l’aver dato alle fiamme il Tempio di Salomone (quello di cui rimane, tuttora, il solo “Muro del pianto), e l’esilio a Babilonia. Il riflesso di tali avvenimenti ed i loro antecedenti si possono leggere nei materiali biblici presenti in “2 Re” e “2 Cronache”, unitamente a Geremia. “Daniele 1-5” presenta una descrizione degli Ebrei alla corte di Nabucodonosor, oltre a visioni di taglio apocalittico. Ma Geremia, il grande profeta che fu testimone oculare del tempio, raccomandò la sottomissione a Nabucodonosor, nel quale egli vedeva uno strumento della collera del Signore. Geremia previde saggiamente che, a suo tempo, anche il popolo Babilonese avrebbe affrontato la resa dei conti.

Verdi, negli anni bussetani, aveva musicato le “Lamentazioni di Geremia”, purtroppo andate perdute, ma che dimostrano come il musicista fosse in contatto diretto con il testo biblico: d’altra parte, anche se Verdi sarà un uomo sostanzialmente laico, con una sua fede interiore affatto complicata, conosceva alla perfezione, per gli studi effettuati con i sacerdoti – come allora era uso – i testi della Bibbia. Per il giovane ventinovenne musicista, i personaggi che in scena si muovevano erano, in sostanza, quelli delle letture effettuate nell’adolescenza di Bussseto e, anche scorrendo lo sparuto carteggio per quest’opera, nulla si può riscontrare direttamente riferito ad una volontà di “attualizzare” le vicende in scena.

Il coro in questione, infatti, è puramente una preghiera intima di sofferenti deportati che vagheggiano la patria perduta (si lesse “Italia”), sottomessa al potere dello straniero (fu visto in lui “l’Austriaco”), che spera di rivedere la propria terra e di ascoltare nuovamente il canto degli aedi. Un popolo non può scrivere poesia ed intonare canti quando ha il cuore oppresso dallo straniero: tale il concetto del coro, che, per gran parte, è parodia del Salmo 137 (136) “Super flumina Babylonis”, cui numerosi sono i riferimenti diretti, ed al quale anche Salvatore Quasimodo si ispirerà, durante la seconda guerra mondiale, nell’agosto del 1943, in occasione del bombardamento tedesco su Milano per i versi de “Alle fronde dei salici”.

Inopportuna, pertanto, la proposta di trasformare questa pagina in Inno nazionale, ed ancora meno centrata l’appropriazione che la Lega Nord ne ha fatto: “in primis” perché non corrisponde il contenuto del testo all’attualità storica ed alle idee che il partito propone, “in secundis” perché Verdi, sebbene mai diretto “interventista”, vedeva di buon occhio l’unità d’Italia che accettò come unica possibilità per la libertà assoluta del Paese.

Lasciamo, pertanto, questo coro alla funzione propria: un magnifico squarcio poetico che si potrà intonare per la bellezza della musica, o anche qualora ci si riferisca all’oppressione subita da un qualunque popolo, o da un singolo individuo. Sono altri tre, infatti, i cori realmente “patriottici” che Verdi, consapevole di scrivere “inni alla libertà”, stese: “O Signore dal tetto natìo” ne “I Lombardi alla prima Crociata”, citato, nel giusto contesto ed opportunamente da Giuseppe Giusti nella celebre lirica “Sant’Ambrogio” (testo che affronteremo in seguito), “Si ridesti il leon di Castiglia” nell’“Ernani”, e “Giuriam d’Italia pro fine ai danni” ne “La battaglia di Legnano”.

Da notare bene che i tre cori si riferiscono sempre ad una patria unica, per storia, per costumi e per tradizioni (richiamo ancora il Manzoni di “Marzo 1821” che analizzeremo in seguito) e la chiamano “Italia”. Non sono conferiti mai altri nomi, nemmeno ne “La battaglia di Legnano”, che si ambienta al tempo di Federico Barbarossa e del noto episodio storico: la battaglia è proposta (e tale fu) come la lotta dei Comuni lombardi per l’indipendenza dallo straniero, in funzione della libertà dell’Italia (e non della sola Lombardia!).

Queste tre opere nacquero grazie alla frequentazione di Verdi del salotto milanese della contessa Clarina Maffei, dove si recavano giovani intellettuali dell’epoca, tra i quali alcuni nomi che sarebbero stati anche tra i primi uomini politici della futura Italia unita. Il salotto era una fucina di pensiero e di “azione” ( la Maffei forniva aiuti concreti ai patrioti): sarebbe perdurato anche negli anni dell’Unità italiana, fino alla fine della stessa Maffei, grazie al senso libertario che lo contraddistingueva e che ne ispirava le idee e le discussioni. Mentre si parlava di letteratura, arti, musica, scienze, si ascoltava musica e si consumavano bevande calde o fredde, si discorreva anche della politica presente: vi si trovavano mazziniani, filo sabaudi, allievi del Cattaneo, tutti gruppi forti della tradizione Illuminista milanese che discendeva dai fratelli Verri e dal Beccaria, attraverso le successive fasi di dibattito, apertesi anche al pensiero di Romagnosi e, di rimando, proprio del suo più autorevole pupillo, Carlo Cattaneo che più volte fu ospite dell’amica       Clarina.

Come si può vedere, si tratta di un gruppo di persone (uomini e donne) che, con concreti contatti nella politica, da una parte, e negli “uomini d’azione dall’altra, mirava alla libertà ed all’unificazione dell’Italia: che tipo di caratterizzazione conferire al nuovo stato (repubblicano, monarchico, nella forma unitaria, o federalista che fosse) rimase secondario, almeno fino agli anni Cinquanta del secolo.

Cosicché, prima di passare ai testi (ed a poche essenziali note utili), è bene ricordare quanto scrive Abramo Basevi, iniziando il suo esame della quattordicesima opera di verdi, nata dalle fervide e dolorose giornate del Quarantotto e rappresentata a Roma il 27 gennaio 1849, “ La Battaglia di Legnano”: “Le passioni politiche fervevano oltremodo in Italia, ed ogni cosa aveva tolto il colore da esse, quando il Verdi si condusse a vestire di note il melodramma politico”. Dopo di allora, il compositore, non si sarebbe più dedicato a questo genere di melodramma, sicché il “Patria oppressa” del “Macbeth”, nella rielaborazione per l’“Opéra” di Parigi nel 1865, può essere considerato soltanto una lirica accorata di memorie e di rimpianto espressi da un popolo oppresso, come nel “Va pensiero”.

 

I.

VA’ PENSIERO

da

“Nabucco”

Parte terza, “La profezia”, scena IV.

(Versi di Temistocle Solera)  

 

Metrica: quartine di decasillabi secondo lo schema ABBc. Il verso finale è sempre tronco.

  

Le sponde dell’Eufrate.

 

Ebrei incatenati e costretti al lavoro.

 

Va pensiero sull’ali dorate (1),

va, ti posa sui clivi, sui colli

ove olezzano (2) libere (3) e molli

l’aure dolci del suolo natal!

 

Del Giordano le rive saluta,

di Sionne le torri atterrate (4)…

Oh mia patria sì bella e perduta!

Oh membranza (5) sì cara e fatal (6)!

 

Arpa d’or dei fatidici vati (7)

perché muta dal salice pendi? (8).

Le memorie nel petto raccendi (9),

Ci favella del tempo che fu.

 

O simile di Sòlima (10) ai fati

traggi un suono di crudo lamento,

o t’ispiri il Signore un concento (11)

che ne infonda al patire virtù (12).

 

 

Note.

 

1)      Sono quelle che Heinric Heine definisce “le ali del canto”, perché l’arte oltrepassa qualunque barriera interposta dagli uomini e affratella i popoli. Secondo Wolfgang Goethe, infatti, “Il mezzo migliore per fuggire il mondo è l’Arte. Il mezzo migliore per tornare nel mondo è l’Arte”.

2)      Sui colli della patria, profuma la dolce aria del suolo natìo. Ogni uomo riconosce le caratteristiche del luogo della propria infanzia e, solitamente, ne è legato da un invisibile “cordone ombelicale”.

3)      Nella partitura si legge (e, quindi, si canta) “tepide”. Io qui riporto i testi nell’originale stesura del librettista, segnalando le eventuali discrepanze con il testo riportato dal musicista in partitura.

4)      Questi due versi rammentano il ricordo del fiume che, solcando la patria, ne apporta fonte di beneficio per le coltivazioni e, per contrasto, la distruzione di Gerusalemme. Ogni città antica era fortificata ecco perché qui si ricordano le torri di Gerusalemme. Sionne sta per Sion, che indica propriamente la “città fortificata”.

5)      "Membranza": ricordo.

6)      Fatal: il ricordo è detto “fatale” in duplice significato. Il primo perché il ricordo nasce da un volere del Fato; il secondo perché questo ricordo ha un gusto quasi irrimediabile, quello dell’impossibilità del ritorno.

7)      Anche i poeti cantano per ispirazione del Fato che tutto dispone. Questa seconda parte è modellata, come accennavamo nell’introduzione, direttamente sul salmo 137 (136). Il passo è questo: “La su i fiumi di Babilonia sostammo/, piangendo al ricordo di Sion./E ai salici di quella terra/ sospendemmo le nostre cetre” (vv.1-4). Propriamente i “salici” sono i “pioppi” del “Tigri” dell’“Eufrate” e dai corsi d’acqua da loro derivati. Ma l’espressione è ormai talmente celebre che acquista diritto di riferirsi ai salici (che, tra l’altro, sono detti “salici piangenti”: pertanto, ancora più affascinante l’uso).

8)      Il passo del Salmo: “Come cantare i Canti del Signore / in un paese straniero?”

9)      “Raccendi” sta per “riaccendi”.

10)  Solima è altro nome per Gerusalemme che in latino si dice “Jerosolima” (pertanto “solima” è la seconda parte della parola: in grammatica si dice che è un “aferesi”). E’ usato, in tal caso, sia per creare allitterazione con “simile”, sia per comporre la giusta misura del verso. Ed anche negli “Inni Sacri” di Manzoni, “ La Pentecoste ”, verso 51: “Volgi lo sguardo a Sòlima”. Il verso così va interpretato: “O tu popolo, simile per volere del Fato alla stessa Gerusalemme distrutta, emetti un suono d’acuto lamento”

11)  “Oppure il Signore ti ispiri un canto (“concentus” in latino significa “cantare assieme”, da cui, in Italiano, “concento” e “concerto”)”

12)  “Che infonda virtù al nostro patire”. Il canto stesso (la poesia, la musica) possono aiutare a sopportare i dolori.

 

 

II.

O SIGNORE, DAL TETTO NATIO

da

“I Lombardi alla prima Crociata”

Parte quarta, “Il Santo Sepolcro”, scena III

(Versi di Temistocle Solera)

Metrica: quartine di decasillabi secondo lo schema ABAc, ad eccezione della seconda quartina che segue ABBc. L’ultimo verso è sempre tronco.

  

Le Tende Lombarde presso al Sepolcro di Rachele.

O Signore, dal tetto natìo

ci chiamasti con santa promessa,

noi siam corsi all’invito di un pio(1),

giubilando per l’aspro sentier.

 

Ma la fronte avvilita e dimessa

hanno i servi già baldi e valenti(2)!

Deh! Non far che ludibrio (3) alle genti

sieno, Cristo, i tuoi fidi guerrier!

  

O fresc’aure volanti sui vaghi

ruscelletti dei prati lombardi (4)!

Fonti eterne! Purissimi laghi!...

o vigneti indorati dal sol! (5)

 

Dono infausto, crudele è la mente

che vi pinge sì veri agli sguardi,

ed al labbro più dura e cocente

fa la sabbia d’un arido suol (6)!

  

Note.

 

1)      Celeberrimo coro, anche questo, citato, opportunamente da Giuseppe Giusti in “Sant’Ambrogio”, laddove il poeta scrive. (vv. 41-44): “Era un coro del Verdi: il coro a Dio/là de Lombardi miseri assetati;/quello O Signore, dal tetto natio,/che tanti petti ha scossi e inebriati”. Questa pagina, come accennavamo nella nota introduttiva, è pensata per suscitare “senso patrio”. Si pensi agli squarci più sotto, a quelle quattro pennellate che rammentano le bellezze della Lombardia. Inoltre, vedere per una volta in scena “se stessi” assetati e moribondi per mancanza d’acqua, da una parte rimandava sì agli Ebrei del “Nabucco”, dall’altra al senso di soffocante oppressione in cui la Lombardia si sentiva da secoli. Il “pio” è il comandante Goffredo di Buglione.

2)      “I tuoi servi, un tempo forti e valorosi, ora hanno la mentre offuscata dai patimenti”

3)      “Non permettere che i tuoi fedeli, o Dio, siano posti ad un’infame gogna (ludibrio) dai popoli a loro nemici”

4)      Questi primi due versi della quartina risentono ancora delle forme arcadiche del Settecento, ma sono splendidi nel portare la mente ad un pomeriggio primaverile, quando il cielo di Lombarda mostra il colore di quel vivido azzurro richiamato da Manzoni ne “I promessi sposi”, quando Renzo corre per attraversare l’Adda e recarsi nel territorio di Bergamo. Queste brezze che volano sui torrenti lombardi sembrano apportare, nella mente affaticata degli uomini, la sensazione di benessere che avevano nella loro patria, ora lontana.

5)      Fonti, laghi, vigneti baciati dal sole: e pensare che, mentre componeva la musica per questi versi, Verdi poteva vedere realmente tale campagna. Si trovava, infatti, nell’agosto del 1843, ospite dei conti Morosini, qui a Varese, a Casbeno. I conti abitavano Villa Recalcati, l’attuale sede della Provincia.

6)      “E’ un dono mortale (infausto), crudele, la nostra mente che ci fa apparire quei luoghi così veri come se fossero presenti, e la sabbia di questo suolo arido è resa ancora più invisa alla nostra sete.

 

III.

SI RIDESTI IL LEON DI CASTIGLIA

da

“Ernani”

Parte terza, “La clemenza”, scena IV

(Versi di Francesco Maria Piave)

 

Metrica: quartine di decasillabi secondo lo schema ABBc. L’ultimo verso è sempre tronco.

  

Sotterranei sepolcrali che rinserrano la tomba di Carlo Magno in Acquisgrana.

Si ridesti il leon di Castiglia (1)

e d’Iberia (2) ogni monte, ogni lito (3)

eco formi al tremendo ruggito,

come un dì contro i Mori oppressòr (4).

 

Siamo tutti una sola famiglia (5),

pugnerem con le braccia, co’ petti;

schiavi inulti (6) più a lungo negletti

non sarem fin che vita abbia il cor.

 

Sia che morte ne aspetti, o vittoria,

pugneremo, ed il sangue de’ spenti

nuovo ardire ai figliuoli viventi,

forze nuove al pugnare darà (7).

 

Sorga al fine radiante di gloria,

sorga un giorno a brillare su noi…

Sarà Iberia Feconda d’eroi,

dal servaggio redenta sarà (8).

 

 Note.

1)      “Il popolo spagnolo di Castiglia si risvegli” per contrapporsi all’oppressore. Il Leone è il simbolo della Pastiglia.

2)      Iberia: dal latino: Spagna.

3)      Lito: spiaggia. Ma qui, per estensione, “ogni terra”

4)      Come un giorno seppe opporsi alla dominazione dei Saraceni.

5)      Ecco il concetto che ricorre nel pensiero e nella letteratura dell’epoca: un popolo è visto come l’insieme unitario di tradizione, usi, costumi. Quindi, è come un’unica famiglia stretta da rapporti atavici.

6)      Inulti: insultati ed oppressi

7)      “Sia che si muoia, sia che si vinca, combatteremo, ed il sangue dei morti darà ardire ai nostri figli e conferirà nuove forze al combattere”. Tali concetti si trovano in molta letteratura risorgimentale che deriva direttamente dal celebre inno francese " La Marsigliese ".

8)      “Un domani la Spagna tornerà a brillare per la gloria ed il nuovo giorno (significa una “nuova epoca” di pace che seguirà alla guerra) splenderà su noi (concetto tratto dalla mentalità latina, nel “sole dell’avvenire” d’Orazio di cui si approprierà, ancora una volta, la retorica fascista). La Spagna partorirà numerosi eroi e sarà librata dal servaggio”.

 

 

IV.

GIURIAM D’ITALIA PRO FINE AI DANNI

da

“La battaglia di Legnano”

Atto terzo, “L’infamia”, scena II.

(Versi di Salvatore Cammarano)

 

Metrica: quartine di decasillabi. La prima segue lo schema AABB (rime baciate), le due seguenti ABAB. Il secondo ed il quarto verso della terza strofe sono tronchi. 

 

Volte sotterranee nel tempio di Sant’Ambrogio, sparse di recenti sepolcri.

 

Giuriam d’Italia (1) por fine ai danni,

cacciando oltr’Alpe i suoi tiranni.

Pria che ritrarci, pria ch’esser vinti,

cader giuriamo nel campo estinti.

 

Se alcun fra noi, codardo in guerra,

mostrarsi al voto potrà rubello (2)

al mancatore nieghi (3) la terra

vivo, un asilo, spento, un avello (4):

 

siccome gli uomini Dio l’abbandoni,

quando l’estremo suo dì verrà:

il vil suo nome infamia suoni

ad ogni gente, ad ogni età.

  

Note.

1)      L’attacco è modellato sul celebre verso 49 della prima de “Le fantasie” di Giovanni Berchet, nota, in forma vulgata, citando solo la parte che comincia con esso, quella in decasillabi, come “Il giuramento di Pontida”, del 1829. Ecco il verso: “L’han giurato. Gli ho visti in Pontida…”. Sul testo di Berchet torneremo più avanti. Qui, vale la pena di notare come i testi di Berchet circolassero in modo molto popolare tra le classi mediamente o molto colte. Ed, in effetti, Cammarano, sapeva benissimo che il pubblico, avrebbe visto la scena in cui si trova il coro, attraverso anche la lettura del Berchet. Tale coro, infatti, è intitolato, nel libretto, “Giuramento” e richiama il noto episodio storico del 7 aprile 1167, quando i Comuni Lombardi strinsero alleanza contro il Barbarossa. Nella visione di Verdi – Cammarano è accentuato l’aspetto “risorgimentale” della vicenda: così come i comuni lombardi fecero fronte fraterno al Barbarossa, così gli Italiani debbono comportarsi allo steso modo verso i dominatori. Vale la pena riportare qualche nota di resoconto della serata della prima, il 27 gennaio 1849 al Teatro Argentina di Roma. “Le signore che sedevano nei palchetti avevano leggiadramente disteso sui parapetti sciarpe e nastri tricolori e coccarde tricolori brillavano pure sul petto di quanti gremivano la sala. L’animazione era al colmo. Fu un’esplosione di popolare esultanza. Le chiamate al Maestro e agli esecutori furono innumerevoli, e, ad ogni nuova acclamazione, e quindi ad ogni nuovo giungere dell’autore sulla scena le grida di “Viva Verdi! Viva l’Italia!” si alternavano intense, clamorose, incessanti.” Scritta in un’epoca di rivolte, di guerre, di commozioni popolari, lo stile di quest’opera ne simboleggia l’idea, l’ardore, la frenesia.

2)      “Se vi sarà qualche codardo che si sottrarrà al bene comune…”

3)      “Nieghi” sta per “Neghi”.

4)      Il concetto espresso nelle due quartine finali vive fin dalla notte dei tempi. Chi tradisce in modo consapevole non può avere nessun perdono né dagli uomini, né da Dio, perché tradisce i vincoli più sacri che legano un gruppo. Questo concetto, oggi, è palesemente dimenticato, giacché l’interesse personale soffoca oltremodo quello comune.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota introduttiva e commento a cura di Bruno Belli.

 

 

 

 Come evidenziato già a suo tempo, le polemiche sorte attorno all’“Inno Nazionale” per la Festa del 2 giugno scorso hanno permesso di “tastare il polso” del sentimento d’unità degli Italiani che, pur con tutti i problemi che assillano le giornate odierne, si sentono sempre un unico popolo (considerate inoltre le reali differenze della Penisola, frutto della nostra particolare storia), fatto che andrebbe opportunamente valutato da quelle parti politiche che tenderebbero a distaccare la società, piuttosto che cercare di renderla maggiormente coesa.

Pertanto, su invito dell’amico Alessio Nicoletti, propongo il testo di Mameli con alcune note che meglio ne agevolino la lettura, in effetti, non sempre semplice, considerati lo stile e le scelte lessicali (d’altra parte in sintonia con le espressioni poetiche del tempo in cui l’Inno fu scritto).

Il titolo originale anteposto ai versi da Mameli era “Canto degli Italiani”, presto mutatosi in “Fratelli d’Italia” (non per scelta del Nostro, ad ogni modo): non di secondaria importanza questa particolarità che denota come la gente (soprattutto chi direttamente si era messo in campo per ricercare l’unità della Penisola) sentì propri questi versi, che, con l’aggiunta della musica di Michele Novaro – non eccelsa, in verità – seppe trascinare gli animi dei nostri avi. Sulla questione della musica qui non parlerò, ché il desiderio è di illustrare il testo con delle note, però mi sento qui d’affermare che la qualità della musica non entra punto nella validità di un Inno che, invece, esprime un determinato sentire ed un eccezionale periodo storico. Agli Inni nati dal vivido sentire – non per commissione – non si deve chiedere, infatti, il “labor limae” e la raffinatezza appartenenti, ad esempio, agli Alessandrini, dai quali, invece, pretenderemo di essere cullati dalle sensazioni dettate dai sensi più ricercati.

Detto questo, è possibile passare ad una breve nota storica. Mameli compose i versi del “Canto degli Italiani” nei primi giorni del novembre 1847; esso fu cantato in pubblico, la prima volta, a Genova, il 9 dello stesso mese. Fu, poi, stampato in foglio volante il 10 dicembre in occasione delle celebrazioni per la cacciata degli Austriaci dalla città (1746). Una copia originale di tale foglio, che ancora reca il titolo “Canto degli Italiani”, si trova al Museo del Risorgimento di Genova e porta la seguente dedica: “In occasione della benedizione delle Bandiere”.

Velocemente diffusosi in gran parte d’Italia, divenne ben presto l’inno più intonato durante il Risorgimento, tanto che Jules Michelet, l’autore del celebre saggio “Il popolo”, lo definì “ La Marsigliese Italiana ”, stessa espressione usata da Mazzini, con una punta di velata ironia però, nel rivolgersi a Verdi affinché scrivesse un nuovo inno che sarebbe dovuto diventare – nelle intenzioni del fondatore de “ La Giovine Italia ” – il futuro canto nazionale. Inno che esiste, anche se inedito, negli archivi “Ricordi”, sempre su parole di Mameli (“Suoni la tromba”).

La pagina di cui trattiamo ora è una rievocazione delle glorie passate, a che siano d’incitamento alle azioni imminenti; esalta il valore dell’unione; afferma ormai condannata la dominazione austriaca, schiacciata dalle sue colpe contro la libertà dei popoli. Anche in quest’inno, come in altre pagine poetiche “politiche” di Mameli, spirito e tono sono mazziniani (basti pensare al pensiero di Mazzini nei suoi massimi testi “Dei doveri dell’uomo” e “Fede e avvenire”), sebbene il Mameli sia ormai in grado di rivivere originalmente le idee del “Maestro”, dandole una voce ed un timbro suoi propri.

Del resto, il pensiero mazziniano, che non vede disgiunto, come altri pensatori a lui coevi, “Dio e Popolo”), spartisce molti punti in comune con quello d’altri intellettuali dell’Ottocento italiano, primo fra tutti, lo stesso Manzoni, cui si rimanda all’ode “Marzo 1821”, dove stanno i celebri versi – insegnamento ancora vivo in coloro che strutturarono l’attuale Costituzione Italiana Repubblicana - “Una d’arme, di lingua, d’altare, /di memorie, di sangue e di cor”.

Metro: strofe di senari secondo lo schema “xaxa, xbxb, ddc” (“x” è sempre sdrucciolo ed irrelato – non rima – “c” è tronco). La volta (“Stringiamoci a coorte…”) è costante in tutte le strofe.

 

 

 

Fratelli d’Italia (1),

l’Italia s’è desta(2),

dell’elmo di Scipio(3)

s’è cinta la testa.

Dov’è la vittoria?

Le porga la chioma

ché schiava di Roma

Iddio la creò (4).

            Stringiamoci a coorte(5),

            siam pronti alla morte,

            l’Italia chiamò.

 

 

 

Noi siamo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam Popolo,

perché siam divisi(6):

raccolgaci un’Unica

bandiera, Una speme(7):

di fonderci insieme

già l’ora suonò.

            Stringiamoci a coorte,

            siam pronti alla morte,

            l’Italia Chiamò.

 

 

 

Uniamoci, amiamoci,

l’Unione e l’amore

rivelano ai Popoli

le vie del Signore;

giuriamo far libero

il suolo natìo:

uniti per Dio,

chi vincer ci può(8)?

            Stringiamoci a coorte

            siam pronti alla morte

            l’Italia Chiamò.

 

 

 

Dall’Alpi a Sicilia

dovunque è Legnano(9),

ogn’ uom di Ferruccio(10)

ha il core, ha la mano,

i bimbi d’Italia

si chiaman Balilla(11),

il suon d’ogni squilla

i Vespri suonò(12).

            Stringiamoci a coorte,

            siam pronti alla morte

            l’Italia chiamò.

 

 

 

Son Giunchi che piagano

le spade vendute(13):

ah l’aquila d’Austria

le penne ha perdute –

il sangue d’Italia

bevé, col Cosacco

il sangue Polacco:

ma il cor le bruciò(14).

            Stringiamoci a coorte,

            siam pronti alla morte

            l’Italia chiamò.

 

 

 

1)      L’attacco dell’Inno presenta un piano fraterno e sociale: le persone nate in una stessa terra sono unite da vincoli atavici.

2)      Sì è destata, si è svegliata. Il termine è troncato per una questione metrica, altrimenti non si otterrebbe il senario.

3)      Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale e distruttore di Cartagine, la città che, per posizione geografica, contrastava il libero movimento delle merci romane. I Latini avevano compreso che la città nemica di Roma andava annientata, altrimenti sarebbero stati loro stessi a soccombere al dominio cartaginese. Catone il Censore, ormai morto, non vide che la storia gli concesse la ragione del suon celebre “Delenda Carthago” che pronunciava tutte le mattine in senato, prima che si aprisse la seduta quotidiana. Questo verso in cui si vede l’Italia cingersi dell’elmo della vittoria di Scipione conferma l’iconografia della sinistra mazziniana tesa a restaurare miti di grandezza unitaria, l’esaltazione di Roma repubblicana e delle sue glorie militari. Naturalmente, l’uso improprio che del Nazionalismo, da Francesco Crispi a Benito Mussolini, ne fecero i politici in occasione delle guerre d’Africa e della guerre Mondiali, non conferisce responsabilità né a Mameli, né agli altri poeti preunitari e ai pensatori coevi.

4)      S’interpreti: la vittoria porga a Roma, secondo il volere dello stesso Dio, la sua chioma, a che Roma la regga e la domini. Il valore è lo stesso dei versi precedenti nel vagheggiamento della Roma repubblicana. D’altra parte, giova ricordare, l’espressione “Res publica”, da cui il moderno “repubblica”, fa parte del motto latino “Res publica, res popoli”, la cosa pubblica è cosa del popolo. E’ il popolo che fa lo stato, non viceversa. Idea molto moderna, oggi in parte abdicata da tanti improvvisati politici.

5)      “Stringiamoci a coorte” vale per “stringiamoci tutti uniti”, Propriamente, il termine deriva da “choors” latino: la “coorte”, nella struttura dell’esercito romano, era un raggruppamento di 600 fino a 1000 uomini addestrati al combattimento serrato e a manovre comuni: nell’utilizzo tradizionale delle fanterie, fino a tutto il 1800, qualcosa d’equivalente al battaglione.

6)      E’ il concetto risorgimentale della Nazione, unità etnica, storica, culturale. In effetti, dati di storia alla mano, l’Italia, divisa fin dalla caduta dell’Impero Romano d’occidente, in tanti stati di differente portata, fu dominata da molte popolazioni straniere. L’essere divisi ha quindi reso possibile un popolo calpestato e deriso. Nota è la lapidaria liquidazione del Metternich, “L’Italie est un’expression géographique”, scritta in un dispaccio circolare sulla questione italiana alle corti di Parigi, Londra, Pietroburgo e Berlino, del 6 agosto 1847, e tornava sul pensiero medesimo in altro dispaccio dello stesso giorno al conte Apponyi, ambasciatore austriaco a Parigi, rivolgendosi al quale più volte usò l’espressione francese. Si veda “Mémoires, documents et écrits divers laissés par le Prince de Metternich publiés par son fils”, tomo VII, Parigi, 1883. Lo stesso Metternich, in una lettera del 19 novembre 1849 indirizzata al conte Prokesch-Osten” si vantava di essere l’autore di questa frase ed aggiungeva che la stessa cosa poteva dirsi della Germania.

7)      Lo stesso concetto di prima rafforzato dall’aggettivo “unica”: l’espressione ha il medesimo significato dei versi di Manzoni che ho riportato nell’introduzione.

8)      Splendido concetto che vede l’unione e la fratellanza (rimando a “Sant’Ambrogio” di Giuseppe Giusti) quale unico modo per una vita che sia degna di tale nome. Non l’odio, ma l’unione e la comprensione, il confronto permettono la crescita dei popoli. La lotta unitaria è, quindi, per i Mazziniani (e repubblicani), l’attuazione della volontà di Dio, visto non tanto nella prospettiva cattolica. E’ il Dio mazziniano, non il Dio del “Papa Re”, quest’ultima figura bifronte di un “principe” d’ascendenza cinquecentesca già da più parti messo in discussione, quando non fatto oggetto di satira (si vedano l’Alfieri e Giuseppe Gioacchino Belli).

9)      E’ la strofa dei molti richiami storici. “Dalle Alpi alla Sicilia (eco poetica del Manzoniano “Dall’Alpi alle Piramidi/dal Manzanarre al Reno”, nell’ode “Il 5 maggio”) ogni paese d’Italia può essere una nuova Legnano, la cittadina lombarda in cui, nel 1176 i Comuni federati della Lega Lombarda sconfissero il Barbarossa.  Il tema dei Comuni Lombardi che insorsero contro i Tedeschi del Barbarossa era molto sentito: solo in campo strettamente artistico, giova ricordare che, il 27 gennaio 1849, poco dopo l’uscita di questo testo di Mameli, Verdi rappresentava a Roma, al Teatro Argentina, la sua opera “La battaglia di Legnano” su libretto di Salvadore (sic) Cammarano. Una curiosità: tra i personaggi troviamo cantare anche lo stesso Barbarossa ed il Podestà di Como, entrambi affidati a voci di basso.

10)  Ferruccio è Francesco Ferrucci, capitano dell’esercito repubblicano (ancora un insegnamento del Mazzini) a difesa di Firenze, nel 1530, dagli Spagnoli che riportavano in città la signoria dei Medici, il quale morì per le ferite riportate in battaglia a Gavinana.

11)  Balilla: anche se il termine oggi ricorda più il periodo del Fascismo, ha una sua valenza storica che la dittatura di Mussolini aveva ricondotto in scena in tono molto retorico. “Balilla” è un termine antico genovese per indicare un ragazzino. Qui, Mameli si riferisce a Giovanni Battista Perasso, il ragazzino che, con la sua sassata, dette il via alla rivolta antiaustriaca di Genova, il 10 dicembre 1746.

12)  “Ogni campana d’Italia può, come quelle dei Vespri Siciliani, dare il segno di una nuova sommossa per la conquista della libertà”. Altro episodio storico molto famoso. I “Vespri Siciliani” sono, infatti, la rivolta popolare scoppiata a Palermo contro gli Angioini, durante la Pasqua del 1282. Come ben si vede, Mameli raccoglie nelle strofe i personaggi principali della storia medievale e moderna che dovrebbero motivare e giustificare la lotta unitaria, conferendole una ragione di continuità, un modello di comportamento e d’ideali, una connessione spirituale con le imprese degli antichi Romani. Fu, come noto, una retorica di stampo storico - etico di pronta presa e di duraturo successo.         

13)  Si riferisce qui alle armi dei mercenari che costituivano la parte bassa dell’esercito austriaco. La strofe, per le sue dirette allusioni antiaustriache, non fu pubblicata nella prima edizione in foglio del 1847. Pertanto, l’Inno si concludeva con la strofe precedente.

14)  L’Aquila austriaca (il riferimento è allo stemma degli Asburgo che, nel centro, pone un’aquila dalle ali aperte) ha bevuto il sangue italiano e polacco, in collaborazione con l’esercito russo (“Cosacco”). Allude alla spartizione della Polonia fra Austria, Prussia e Russia nel 1772 ed alle brutali repressioni d’ogni aspirazione nazionale in quella regione, come in Italia. Quel sangue, però, brucia nel cuore dell’oppressore. Le macchie della violenza non si possono lavare. Mi piace riferirmi qui alla celebre scena del Sonnambulismo pensata da Shakespeare per Lady Macbeth (atto V), dove la è convinta di vedere sempre le macchie di sangue delle quali si sporcò, dopo l’uccisione del re Duncan e commenta, con terrore abissale, “Tutti i profumi dell’Arabia non potranno mai mondare questa piccola mano!” che si era macchiata di un delitto commesso per una perversa ed incontenibile bramosia di potere assoluto.

 

 

 

 
Di Gruppo Somma Lombardo (del 19/08/2010 @ 21:32:05, in opinioni)
Il gruppo di Movimento Libero Somma Lombardo, area Malpensa, vuole parlare con i cittadini, del fenomeno immigrazione, argomento quasi giornalmente trattato dai mezzi d’ informazione. Oggi in Italia vediamo un cospicuo aumento di lavoratori stranieri. Il razzismo, tra gli Italiani, si può chiaramente considerare rilegato a piccole fasce di popolazione, dettato quasi sempre da ignoranza, diffidenza e condizioni di vita disagiate. Molti di questi emigranti, riescono a trovare un occupazione, più o meno dignitosa, che in qualche modo gli consente di sopravvivere, mentre per gli altri si prospetta una vita di espedienti, che spesso li rende preda della malavita locale, costringendoli alla prostituzione, allo spaccio e ai furti. Al momento, abbiamo voluto solo, riferire su immigrati onesti, che vengono nel nostro paese per cercare condizioni di vita migliori. Purtroppo alcuni di loro vengono sul nostro territorio non per ragioni di lavoro ma esclusivamente per delinquere, trovando facile collaborazione nella malavita italiana.Quest’ultima fascia d’immigrati porta il disorientamento nella popolazione, che vede nello straniero un ipotetico delinquente. L’ immigrato, che vuole integrarsi, trova molte difficoltà tra le quali la lingua, la religione, le tradizioni locali e, non per ultima, la burocrazia dei nostri uffici, già talvolta complessa per il residente. Altresì, lo straniero, sul suo cammino, in aggiunta a quanto sopra, incorre nel problema della casa, che spesso, lo costringe a pagare fitti assurdi, per abitazioni fatiscenti, obbligandolo a condividerle con molti altri connazionali. Nei notiziari non è raro sentire indicazioni che denunciano la presenza di immigrati in luoghi malsani che spesso hanno anche finalità di sedi di lavoro. Un altro tipo di sfruttamento dell’immigrato è rappresentato da molte cooperative che ne sfruttano la mano d’opera pagandola al limite del lecito. Con l’avvento della libera circolazione delle merci provenienti da paesi in via di sviluppo si è visto aumentare il divario tra i costi del prodotto italiano e quello delle economie emergenti, la cui mano d’opera ha prezzi estremamente inferiori. Quindi è evidente che per la nostra economia è necessario riqualificare la produzione, non privilegiandone la quantità bensì la qualità, già conosciuta nel mondo per la sua eccellenza. Per risolvere il problema di un eccessiva immigrazione, questa gente deve essere tutelata nei paesi d’origine, spesso teatro di guerre e sfruttamento da parte di potenze straniere, celate dietro dittatori ed eserciti mercenari che costringono la popolazione ad una vita di stenti. Altresì bisogna notare che la distribuzione dei beni di prima necessità, quali cibo, acqua e medicinali non è equa, anche se la maggior parte di questi paesi ha nel proprio sottosuolo ricchezze inestimabili.
 
Di webmaster (del 31/07/2010 @ 09:22:48, in opinioni)

Riportiamo l'intervento dell'amico Bruno Belli:

“Non mi fido degli uomini. Mi assomigliano troppo”, così, con esemplare lucidità e realismo, scrive Antonio Fogazzaro, l’autore di “Piccolo mondo antico”. Una visione piuttosto pessimistica sull’uomo. No, semplicemente realistica e, oggi, molto attuale, anzi comune. Ci fu, inoltre, Shakespeare (ma, prima di lui, in altre forme, antichi autori espressero, in modo diverso, lo stesso concetto) che affermò che il mondo è un vasto teatro e che tutti gli uomini non sono altro che dei commedianti. Che siano le convenzioni sociali, o la natura, ad avercelo imposto egli non lo disse e non lo scrisse, pertanto, ognuno potrà appellarsi alla teoria che meglio gli aggradi. Di fatto, è una sacrosanta verità. Ognuno di noi recita una parte ed indossa un vestito che le circostanze gli impongono di assumere e di mantenere. I motivi possono essere i più disparati: la carriera, il prestigio, la corsa per la fama, in altre parole, l’ossequio all’apparenza, ad onta e ad denego della sostanza e del proprio animo. Tra i tanti uomini che sanno recitare, la palma va ai politici che, per pratica, conoscono bene quale faccia debbano fare, sebbene il loro pensiero volga vero tutt’altra parte. Non è sempre stato così, in parte, se andiamo ad indagare nei trattatisti greci e latini, i quali seppero coniugare un modello di comportamento simile in pubblico e nel privato, fatte le debite eccezioni. Ed ecco, allora, il punto, perché nel mondo, e soprattutto oggi, quello che conta non è chi si sia in realtà, ma come si appaia. Insomma, tutti recitiamo una parte. Le circostanze ci costringono a farlo: noi, animali tra i più evoluti delle specie viventi, bene ci adattiamo, per sopravvivere, ma soprattutto, perché, in fondo, ci piace anche farlo. Spesso, poi, dobbiamo cambiare vestito, dipende dalle occasioni: ecco allora che assistiamo alla tragica commedia della vita, sovente senza poterci ribellare. Possiamo, in brevi istanti, cambiare carattere: colui che oggi è un sottoposto bistrattato dal padrone (pardon! Per il “politically correct”, oggi si deve dire “datore di lavoro”, anche se la sostanza non cambia punto) domani potrebbe diventare, con le proprie qualità, ma anche eventuali amicizie, conoscenze, giuste strade, un gran signore, un uomo d’alti affari. Del resto, siamo uomini e nulla d’estraneo all’essere umano possiamo considerare a noi alieno, come affermava già Terenzio ne “Il punitor di se stesso”. Diffido di chi si presenta privo d’ogni macchia: lo scheletro, bene nascosto, è anche una sua proprietà. Del resto, chi potrebbe vantarsi di non essere mai – una sola volta nella vita – sceso a patti per risolvere determinate circostanza. Il problema, semmai, è che, al tempo in cui viviamo, questi patti sono quei “clientelarismi” d’uso per muoversi all’interno della società, soprattutto nell’ambito del potere. Ed i politici, purtroppo, difficilmente fuggono a questo stato delle cose, anzi, ne traggono il massimo vantaggio, perché hanno a che fare, finché vigerà, come ci auguriamo, la democrazia, con i conti delle urne. O i voti ci sono, o non si giunge ad alcunché. Lasciamo stare che questi si possono comperare in diverso modo. Oggi, chi cerchi di cambiare questo cattivo costume, avrà strada difficile, ma potrà farcela, muovendosi con le regole stesse. Una buna dose di diplomazia non gli dovrà difettare, perché, per superare certe regole improbe, dovrà, in parte, far uso delle stesse. Come le malattie, anche i cattivi costumi devono essere combattuti con gli stessi mezzi, opportunamente “modificati”. Mi sono servito, prima, d’esempi teatrali, perché il nostro comportamento è la recitazione: le scene ritraggono la nostra immagine specchiatasi nel lago del Buoncostume dove, talvolta, ci si va a lavare. Fatto salvo che si sia tutti d’accordo che siamo personaggi da commedia, credo che sia opportuno, per concludere, leggere la descrizione che il servo Martino sciorina a proposito del suo padrone ne “L’occasione fa il ladro” di Rossini: mi risponda il lettore, ora che ne riporto i tratti, se non riconosca qualche suo ottimo parente, conoscente, vicino di casa, politico, intellettuale da prima pagina e quanti altri lo circondino. “Il mio padrone è un uomo, / ognun che il vede il sa: / rassembra un gentiluomo, /e forse lo sarà. / Vecchio non è, né giovine, / né brutto, né avvenente, / non è un villan, né un principe, / né ricco, né indigente. E’, in somma, un di quegli esseri / comuni in società. // Portato è per le femmine, / gli piace il vino e il gioco, / amante è di far debiti, / ma di pagarli poco; / tutto censura e critica, / benché sia un ignorante, / con tutti fa il sensibile, / ma di sé solo è amante, / procura ognor di vivere / in pace e in sanità: / è, in somma, un di quegli esseri, / comuni in società.” Quindi, non facciamo gli schizzinosi e adattiamoci a recitare, facendo sempre ottima cera e cerimonia: non vorreste trovarvi, infatti, nella situazione di Don Magnifico ne “La Cenerentola” di Rossini, quando si stente dire dal creduto principe: “Son Dandini il cameriere!”. Ma tant’è. Ed ora che siamo nei mesi d’estate, quando ancor più, tra spiagge e monti, per darci un tono ci presentiamo come non siamo, consoliamoci d’essere tutti dei bravi attori, come il Girella di Giusti, per affermare: “Viva arlecchini / e burattini / e teste fini; / viva le maschere / d’ogni paese; / viva Brighella che ci fa le spese!”. A buon intenditor…

 

Riportiamo l'intervento dell'amico Bruno Belli:

Riprendo l’intervento, con le dovute modifiche, pubblicato sulla prima pagina de “La Prealpina” di venerdì 23 luglio, giacché Alessio Nicoletti si è fatto portavoce di uno degli aspetti più delicati di un organico progetto atto a modificare l’azione ed il pensiero dei Varesini, prima, e degli Italiani, poi, per il bene comune della nostra società. Sono empi terribili, infatti, per la cultura. Tra le tante manovre dissennate di cui il governo si è fatto baluardo, si pensi all’esiziale “pensata” del ministro Sandro Bondi ed alla dovuta e giusta reazione dei Teatri italiani. Situazioni difficili, senza dubbio, in un paese dove la mancanza d’educazione - di qualunque tipo – regna sovrano, da quando si è abdicato alla volontà di governare cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, con l’allevarli in un mondo di sole apparenze di cui lo spettacolo televisivo è lo specchio lampante. Oggi si preferisce l’apparenza alla sostanza, sicché, persino il nostro patrimonio culturale, che dovrebbe essere una fonte anche d’introiti (il turismo che con esso, meglio si potrebbe coltivare, giacché ci sono possibilità concrete di lavorare su quest’aspetto), giace dimenticato ed in grave crisi. Desidero sottoporre al lettore, pertanto, un episodio occorsomi, dal quale si possono trarre le dovute conseguenze ed anche le adeguate riflessioni. Acquistavo da due simpatiche antiquarie di New York una miniatura francese del 1803, la quale ritrae Giuseppina Grassini, massima esponente della scena lirica europea tra Otto e Novecento, nata in quel del Sacro Monte! “Sono di Varese, la Grassini è una mia conterranea; io sono uno storico della musica” affermo, chiedendo un po’ di sconto sul prezzo. “Ah! Varese, la conosciamo – dicono le due – è la città di Tamagno. Devono essere stupende, a quanto dicevano alcuni vecchi ricercatori di Harward amici di nostra madre che erano stati in Italia negli anni Settanta, quelle farfalle che avete nei vostri musei!...”. Faccio fatica a spiegare – non per problemi di lingua – che le farfalle ora non sono visibili. Mi guardano inebetite. Credo che, tuttora, non abbiano bene compreso il perché. Racconto il tutto all’amico Alessio Nicoletti, leader di “Movimento libero”, lista civica indipendente d’opposizione al Comune di Varese, il quale, opportunamente, avendo a cuore il bene della città nelle sue diverse branche, si muove secondo i crismi, sollevando il problema in Consiglio comunale, perché la collezione di 5000 esemplari di farfalle – un tempo esposte – tornino ad essere visibile ed anche possano essere frutto di studio da parte d’entomologi (alcune specie, infatti, sono oggi estinte). Il problema, quindi, sussiste: la società avrebbe bisogno d’amministrazioni che, con lungimiranza, s’interessassero del proprio patrimonio, valorizzandolo ed inserendolo in una rete ben organizzata all’interno delle proposte che il territorio può offrire. Sarebbe, pertanto, un reale progetto di "sviluppo del territorio", con l’investire il poco necessario ed avendone, col tempo, un riscontro economico che si basi su di un effettivo turismo attratto dagli importanti gioielli che meritano la conoscenza. Evidentemente, oggi, non interessa alla maggior parte degli Amministratori – e Varese ne è un esempio evidente, giacché non abbiamo assistito, in questi quattro anni di “Giunta Fontana”, ad un progetto concerto che si sia organicamente sviluppato – la “res publica”, questa “cosa pubblica” che è sempre “res populi”, in altre parole di tutti noi, dei quali un Sindaco, chiunque esso sia, dovrebbe ricordare di essere un “civil servant” (servitore della società) come insegnano gli Inglesi. Ed è anomalo, pertanto, che sia una parte dell’opposizione (la sinistra dorme sotto la canicola d’afa dei giorni scorsi ed ancora non si risveglia dal torpore instillato dalle braccia di Morfeo), che debba ricordare che è possibile sviluppare seri progetti, da cui la maggioranza ha da tempo abdicato con gravi danni per la qualità del territorio: una sconfitta per la società che, con il mettere da parte le arti, viene ferita in uno degli aspetti che a lei sono connaturati, come dimostrano le prime esperienze documentate nelle grotte dove i cavernicoli già ritraevano gli animali che avrebbero dovuto cacciare.

 

Riportiamo l'intervento dell'amico Bruno Belli:

Ingratitudine, tradimento. Abbandono, solitudine. Sono alcuni dei momenti attraverso i quali l’Uomo è incorso, indipendentemente dal suo ruolo civile e dalla posizione sociale, semplicemente perché tale processo d’eventi e si stati d’animo è frutto della Natura. Tutti noi, nella vita, ci siamo trovati ad affrontare l’ingratitudine di qualcuno che ci si era mostrato amico. Qualcuno che “credevamo” amico. Mai credere: non è salutare. Diffidare è molto meno romantico, ma più pragmatico: purtroppo, il mondo appartiene ai furbi ed a coloro che sanno affrontare le situazioni tramite il rischio, la risoluzione pratica, il tempestivo intervento. “Stultum est dicere putabam”: è da schiocchi dire “Io credevo”. Lo insegnarono già i nostri progenitori Latini che, quanto ad ingratitudine, tradimento, abbandono e senso della solitudine non si lasciarono mancare alcunché, sia rispondendo in modo pratico, sia creandovi sopra un’intera corrente filosofica, lo Stoicismo. Lo Stoico è chi affronta virilmente, senza piangersi addosso, senza recriminare il senso d’inferiorità, le avversità della vita, sia quelle create dal Fato, sia le altre, ben più biasimevoli, scagliateci dai nostri stessi simili. Chi ci sta attorno, alla fine, ci tradirà: lo farà in modo disdicevole, biasimevole, ma lo farà. Potremo decidere di soprassedere, di ignorare questi individui che ci hanno tradito, preso in giro, pugnalato alle spalle, ma non saremo in grado di evitare il senso d’abbandono e di solitudine che ci circonda. L’Uomo, in sostanza, per quanta gente abbia intorno, è sempre solo con se stesso, con le sue paure, i dubbi, i timori… Ed è impensabile, talvolta, all’apparenza, che il male ci derivi da chi più sembrava amico, da chi, magari, aveva ricevuto da parte nostra soltanto bene, aiuto, parole di conforto nelle avversità. Celebre il caso di Giulio Cesare che aveva adottato, aiutato a studiare, elargito di doni e di danaro Bruto, il quale, per tutta risposta, s’era unito ai congiurati assassini. “Tu quoque, Brute, fili mi!”: “Anche tu, Bruto, figlio mio!”, fu la dolorosa apostrofe di Cesare (così riporta Svetonio), quando si vide colpito anche “da quel preciso pugnale”, esclamazione indice del senso d’abbandono che lo invase. Se anche Bruto lo colpiva, egli era ormai “solo”. Ed, infatti, Plutarco, con gran maestria e capacità di rendere viva una scena raccontata, aggiunge che Cesare, a qual punto, alzò il mantello sul volto, lasciandosi volutamente colpire dalle ventitrè pugnalate. Ecco, la solitudine che segue il tradimento. La solitudine che è viatico di chi non s’illuda e, pertanto, la affronti come un’amica, perché certo che questo è il nostro destino. “Beata solitudo”, affermavano sempre i Latini. Felice perché permette la migliore compagnia: quella con noi stessi, con il nostro animo. Salvo che non si sia entrati in un processo mentale corrosivo, chi altri amiamo più di noi stessi? Chi altri ci vorrà più bene di noi? Ci tradiremmo, forse, da soli? Cadremmo, forse, consci del nostro star bene soli con noi stessi, nelle mani di qualche individuo viscido ed untuoso che ci accarezzi fino a che potremmo servirgli e che, una volta usati, ci pugnalerebbe senza esitare? Questi individui, che troveremo ad ogni angolo di strada, vestiti dei più sperticati sorrisi, della più apparente chiara vitalità e bontà, quando invece sono soltanto demoniaci nel loro agire sempre con secondo fine, vivono numerosi al mondo e, difficilmente, soccombono, perché atti a destreggiarsi, con il loro camaleontico abito, nelle più tortuose strade dell’esistenza. La migliore risposta che potremmo dare al traditore è il sorriso ironico e sprezzante di chi si senta – perché in realtà lo è – superiore a costoro, come non li considerasse, quasi che la loro esistenza sia soltanto un granello di polvere già sollevato dal vento che tutti, senza discriminazione, coinvolge. Ma non è casuale che abbia citato l’episodio di Cesare, del grande uomo politico: in sostanza, un uomo solo, come quasi tutti i politici, perché nell’arte di tale disciplina si giocano partite spesso violente ed esiziali. Compito dei “Nuovi politici”, in altre parole di chi vuole contrapporsi al teatrino imperante, all’arroganza, alla spregiudicata egocentrica voglia di potere assoluto è trovare non la solitudine, ma l’appoggio dei cittadini, ricordandosi che lo stesso “politico” è, innanzi tutto, cittadino e che quanto sia fatto per gli altri avvantaggia anche se stesso. Un vantaggio che non sia solo personale, dunque, ma che sia anche tale.

 
Di webmaster (del 10/07/2010 @ 18:56:47, in opinioni)

Riportiamo l'intervento dell'amico Bruno Belli:

Molte persone se lo saranno chiesto più volte, di fronte a certi esiti di processi, o, semplicemente ad altrettante situazioni pirandelliane proposte dai governanti nell’ambito del Diritto: “Ma la Giustizia esiste davvero”? Se ci riferissimo alla storia del pensiero dovremmo affermare che, su di essa, si è almeno lungamente trattato e, di volta in volta, tutti i popoli hanno proposto il loro senso della Giustizia. Però, quello che per certe popolazioni è cosa giusta, non lo è per altre. Allora: esiste questa benedetta Giustizia e, nell’Italia odierna, quale ruolo gioca? La storia del Diritto afferma che Essa esita; il buon senso comune pare dubitarne… Quante volte, infatti, sarà capitato al lettore di vedere, ad esempio, nell’ambito del lavoro, ottenere maggior potere del proprio da parte di qualche collega, il quale, semplicemente, sia più capace di muoversi con i superiori, di trovare sempre la frase giusta al momento opportuno, di muoversi con uno zelo che lo fa sembrare più un lacché di un essere libero, di lisciare le indubbie (o, talvolta, le dubbie) capacità del dirigente, di sgomitare con un sorriso ad ampia dentatura sovresposta. Quante altre volte, ancora, persone dotate hanno visto riconoscere meriti a colleghi che, magari, erano meno originali di loro, soltanto perché questi ultimi sapevano quali “amicizie” scegliere e frequentare, da chi farsi presentare e così via. Ed anche nel quotidiano, quante volte, anche per un semplice posto d’auto, oppure nell’attesa di una fila, non ci sia stato il furbo che sia riuscito ad appropriarsi sotto il nostro naso di quello che ci sembrava un diritto acquisito. Il vero è che, come dicevano gli antichi, l’uomo è un lupo per gli altri uomini, altro che il mito del “buon selvaggio” d’ascendenza illuminista! Purtroppo, viviamo in una società composta di persone litigiose che tendono a conquistare spazi a scapito d’altri, di cavalier serventi del minor potente di turno che, a sua volta, serve ad uno più grande di lui; una società che dà ragione a chi grida di più, a chi impone le proprie scelte ed idee poggiandosi a “quelli che contano”, a chi non ascolta coloro che parlano con cognizione di causa, esperienza, o titolo, semplicemente perché interessi d’altro tipo impongono scelte che, magari, vadano anche contro il buon senso comune. Vediamo edificare piazze con porfido da parte di un’amministrazione e smontare le stesse, per mettere il travertino, con l’avvento degli amministratori successivi. Ammiriamo un angolo ricco di bellezze naturali, per notare, poi, che una grande ditta di costruzioni cominci a scavare i terreni attorno per edificare nuovi condomini. Vediamo mettere da parte coloro che hanno ancora la forza di volontà di dichiarare le proprie idee civili per infliggere loro la pena di considerarli, almeno pubblicamente, delle autentiche nullità, quando, spesso, sono coloro che si comportano in tale modo a non valere alcunché. La Fortuna è la dea bendata, la Giustizia regge, invece, la bilancia i cui piatti devono restare in perfetto equilibrio. Ma sembra, invece, che la Giustizia si sia bendata lei, per non vedere che cosa accada, comportandosi come la statua della notte scolpita da Michelangelo, la quale chiede di non essere svegliata dal sonno: e, forse, fa bene. Aprire gli occhi e vedere può solo far male. Oggi conta più l’apparenza della sostanza, l’intraprendenza del merito: si è arrivati al punto che qualche collega, stendendo il “coccodrillo” per la morte di un grande giornalista, sia riuscito a citare il proprio libro nel quale ricordava i meriti del defunto, facendosi così, anche sopra l’estinto, per il quale andrebbe il massimo rispetto, la personale pubblicità… Non c’è misura: tutto e concesso. Se non si argina, almeno in parte, questo costume, si finisce con il creare una particolare forma d’anarchia, alla quale si accompagna, come concetto affatto naturale e fratello, il sopruso.

 
Di webmaster (del 04/07/2010 @ 10:58:53, in opinioni)

Riportiamo l'intervento dell'amico Bruno Belli:

Sono anni che si continua a parlare (ed a sproposito) della volontà d’edificare un “vero” teatro per Varese. Non ultimo è stato il Sindaco Attilio Fontana, che, dal canto suo, e su molti fronti, ci ha abituati a numerose promesse che risuonino come un botto, ma che, a conti fatti, si concludono in un misero suono “a tappo” (insomma, il “far cilecca”). Ogni volta, si è scomodata l’area, anzi l’edificio, identificato dagli Amministratori nella “Caserma Garibaldi”: gli stessi, poi, non si capisce per quale motivo, demanderebbero i progetti ai soliti architetti ticinesi (gli allievi di Botta si stanno deliziando a disegnare nuovamente la città secondo le loro “magnifiche e progressive visioni”, tramite progetti che sono pure esercitazioni cartografiche). Però, se il buon giorno si vede dal mattino, non credo che i politici varesini, di qualunque estrazione o colore siano, almeno per la maggior parte, abbiano ben chiaro di cosa stiano parlando, quando trattino del Teatro. Ho sentito più volte affermare, e riportare dalla stampa che si potrà così avere, sull’area dimessa della Caserma un “Teatro stabile”. Ecco il punto. Con grande probabilità, molti dei nostri amministratori – ma anche alcune forze d’opposizione – utilizzano il termine sopra riportato, senza sapere bene cosa significhi. Essi intendono un teatro “in muratura” che, a differenza dell’odierno sostituto in perenne aspettativa, non sia prefabbricato, pertanto costruito con i crismi per avere un luogo atto ad ogni tipo di fruizione (dalla musica alla prosa, e così via), definendolo “Teatro stabile”. Ricordiamo qui, in modo definitivo, e speriamo che abbiano essi la bontà di imparare dall’umile cittadino che per “Teatro stabile” non s’intende, nel gergo, una struttura definita, bensì s’indica “l’insieme di individui, regista compreso, che formano una compagnia stabile, con un numero base fisso di attori, ed una parte di identità variabili, secondo quanto sia richiesto da una determinata rappresentazione”. Quindi, da oggi, speriamo di sentire affermare “Teatro in muratura”, locuzione, senza dubbio, più appropriata. Quanto fin qui esposto, però, mi permette una riflessione più ampia che risulta dato di fatto. Nessuno, e ripeto, nessuno, tranne l’umile sottoscritto, che tanto ancora ha da imparare dal mondo, il più grande maestro dopo la famiglia ed una buona scuola, neanche coloro che passano per notabili in campo culturale a Varese, si sono permessi di ricordare, con grazia e con garbo, suvvia, a quei politici che parlavano in modo errato, di correggere il veniale errore. Cosa significa? Che, in generale, oggi, nella nostra società, sempre più complessa e nella quale difficile è navigare in acque chiare e tranquille, nessuno “ha avuto il coraggio” di far notare l’equivoco, sia per il serpeggiante servilismo che contagia anche quegli “intellettuali” (ma esistono ancora?) che potrebbero esprimere civili opinioni, anche se non “allineate” con chi amministra (o governa – secondo il termine che al lettore più piaccia), sia per il menefreghismo generale che produce, di contro, l’arroganza di chi detiene il potere. Manca a noi – Varesini ed Italiani tutti – il coraggio di rapportarsi con l’Amministratore (quello che gli Inglesi chiamano “civil’s servant” la cui traduzione letterale e brutta, ma lampante, è “servitore del cittadino”, non “comandante del cittadino”, quanto semmai, “primus inter pares”), criticandone pure, in modo urbano e civile, le scelte e l’operato, quando ve ne sia sussistente ragione. Bisogna aver coraggio: chi detiene il potere, infatti, s’erge come una vipera cui si pesta la coda e morde con i velenosissimi denti, quando sia criticato. “Uno il coraggio non se lo può dare” afferma Don Abbondio ne “I Promessi Sposi” al Cardinal Federigo Borromeo che lo rintuzza bonariamente, saputo il suo comportamento miserrimo e pusillanime in conseguenza della minaccia da parte dei Bravi: forse il curato, “vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro”, non ha torto. Però, il coraggio bisogna darselo, senza timori, quando si sia dalla parte del comportamento, onesto, sincero, privo d’ogni malizia o secondo fine. E’ più facile, certo, diventare il “Griso” di un qualche potentello come Don Rodrigo, vestendo così la cappa del servilismo più bieco, per ottenerne i favori, piuttosto che mantenere al propria libertà naturale ed intellettuale. I Principi italiani del Cinquecento mostrarono di stimare anche chi li consigliava anche quando incorrevano nell’errore; oggi, questo è in sostanza impossibile. Si dà per certo che chi abbia ottenuto un posto di potere abbia sempre ragione. Ma nessuno ha la verità in tasca ed il dono dell’infallibilità. Oggi, chi detiene il potere propone e dispone come un piccolo Dio. Non sa che il suo Griso di turno, sempre pronto ad obbedire e ad incensare, lo consegnerà ai monatti alla prima avvisaglia di peste per salvare se stesso e per passare al nuovo Don Rodrigo di turno. E’ preferibile che il politico abbia accanto anche chi sappia riprenderlo, piuttosto che coloro che gli diano sempre ragione: il primo si preoccupa, infatti, di esporre la realtà dei fatti e dell’opinione della gente, il secondo la plasma per usarlo fino a quando la “guida” non avrà più nulla da donare. Riflettiamo, pertanto, sull’importanza di riappropriarci del coraggio e di renderci responsabile delle nostre opinioni, sia che davanti a noi stia un nostro simile, sia un presunto “oracolo civile”.

 
Di webmaster (del 26/06/2010 @ 16:42:30, in opinioni)

Riportiamo l'intervento dell'amico Bruno Belli:

Goethe affermava che gli uomini sentono la necessità d’incontrare, o di creare, persone con caratteristiche speciali, tali che possano essere un punto di riferimento, in qualunque campo ci si muova, dall’arte alla politica, dalla massa all’aristocrazia: gli eroi. Poi, siglato il postulato, seguitava affermando che, quando gli uomini hanno a disposizione questi eroi, data la differenza che subentra tra loro, preferiscono “distruggerli” e rifugiarsi nell’elogio della mediocrità. Come a dire: l’uomo, che, in sostanza, nasce in una società che tende a livellare le eventuali punte di diamante, preferisce crogiolarsi nella mediocrità, perché, in tal modo, non paga lo scotto di sentirsi inadeguato, rispetto a chi possegga più doti di lui. Il mediocre, pertanto, elogia il mediocre, perché sa, in cuor suo, che l’altro possiede esattamente gli stessi difetti e limiti. Si tratta, in altre parole, del concetto classico, ripreso da Dante, secondo il quale la tempesta piega e abbatte sempre le cime degli alberi più elevati. Ed ecco, perché, oggi, molte persone dotate non ricoprono ruoli di prestigio, affidati, invece, ai consueti Tartufi. Goethe, però, era un aristocratico: è lui che ha scritto il celebre aforisma, che completa quanto fin qui affermato, secondo il quale per un cameriere non c’è eroe che tenga, poiché, a conti fatti, il cameriere stesso sarà in grado di riconoscere le doti di un suo simile e non di chi si trovi in altra condizione. Ma, infine, l’uomo che desidera l’eroe e poi lo perseguita, lo sottomette in qualche modo, l’uccide, si comporta così per invidia, oppure perché non è in grado di capire la levatura dell’altro? A quanti personaggi della cultura, della scienza, della politica, nella storia, si sono riconosciuti i meriti che spettavano loro, molto tempo dopo il trapasso? Ennio Flaiano affermava che i contemporanei hanno un difetto: quello, per l’appunto, d’essere “solo” dei contemporanei. Pertanto, essi non riescono a cogliere quanto “corra avanti” nel tempo, chi anticipi teorie e scoperte. Galileo, che s’imbatté in un’esperienza contraria al “fermati o sole!” pronunciato da Giosuè nella battaglia di Gabaon, ne seppe qualcosa. Piuttosto che passare sotto le grinfie più accese dell’inquisizione (santa?), abiurò. Eccomi al punto: l’abiura, il tradimento, il rimangiarsi la parola, la pugnalata inferta alle spalle del migliore amico, perché la società lo “richiede”, giacché “non si può” e “non si deve” andare controcorrente. “Se tutti affermano una cosa, essa è da ritenersi quella giusta”, pare affermare l’uomo della strada: recuperiamo, così, il concetto di Seneca, espresso un paio di settimane fa nell’intervento riguardo il rapporto tra intellettuali e potere. Ma si rende conto, l’uomo comune, di quanto subisca, solo perché non voglia alzare l’occhio di là del muro montaliano che separa la conoscenza dall’ignoranza? E’ il potente che comanda. Lo ha sempre fatto. Solo che un tempo, il potente amava circondarsi di persone che lo potessero consigliare sulla base dell’esperienza, della cultura maturata: oggi, l’arroganza, che dilaga in ogni campo, riscopre l’odioso “ipse dixit” (“l’ha detto lui!”) di fronte al quale tremano tutti e si sottopongono, partecipando dello schieramento comune, quello, appunto, della media inconsolabilmente piatta, la mediocrità. E’ necessario, quindi, tornare alla coscienza dell’individuo e, soprattutto, dei reali metodi. La gente dovrebbe con maggiore perentorietà e sicurezza alzare il proprio sguardo e fare sentire la voce di fronte alle ingiustizie ed all’inadeguate scelte di molti politici, universitari, docenti vari, datori di lavoro. E’anche vero che è l’intellettuale (di cui, ad onor del vero, si è persa quasi completamente traccia in questa società di lacché prezzolati), che deve fare da campanello d’allarme, quando gli altri tacciono, ma è, poi, il popolo che deve sostenerlo, non può sempre mandare l’ “eroe” allo sbaraglio delegandogli tutti gli oneri. lamentandosi poi se arriveranno a lui gli onori. Non esistono onori senza oneri, è bene ricordarlo. E’, però, ancora meglio rammentare che l’uomo ha il grande diritto, da cui non deve affrancarsi, di una partecipazione diretta dalla vita sociale, non avendo timore ad apporre il proprio nome in calce ad un’opinione espressa in modo urbano e civile, scevra da gratuite offese. Altrimenti, sempre delegando, questa mediocrità avrà sempre più forza: vale la pena ricordare un’illuminante frase di Balzac: “Si comincia a vedere il male e a tollerarlo. Poi si comincia con l’approvarlo ed, infine, col commetterlo”.

 
Movimento libero su segnalazione di un concittadino di Somma Lombardo, fa’ notare ancora una volta che continuano ad esistere disservizi all’interno del comune. I disservizi segnalati riguardano gli Uffici anagrafe e rilascio certificazioni di residenza. Si evidenziano le lunghe attese con code interminabili e la solita mancanza di rispetto della privacy. Si vuole altresì , ancora una volta, far notare la lamentela di un residente che si trova costretto ad andare più volte presso gli uffici del comune, incontrando difficoltà da parte del personale preposto al rilascio dei documenti, con la conseguente perdita di tempo. La domanda che si pone è la seguente: “ Il personale preposto è preparato ad affrontare le problematiche dell’utenza? Per quanto sopra esposto, si evince una mancanza di chiarezza con il pubblico che si vede costretto a doversi recare in detti uffici più volte, quando le cose si potrebbero già definire con un unico invito. Il Gruppo, di Movimento Libero di Somma /Area Malpensa.
 
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